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Patologie

Le problematiche affrontate dal CBTclinic Center srl

 

 

Disturbi d’ansia
L’ansia è uno stato affettivo spiacevole, contraddistinto da sentimenti di incertezza, insicurezza e paura che si collegano ad una sensazione, vaga e indefinita ma sempre penosa, spesso accompagnata da fenomeni somatici, quali agitazione più o meno marcata, senso di costrizione e soffocamento, tensione muscolare, spasmi, accelerazione del ritmo cardiaco. L’ansia non sempre è patologica o non-adattiva: è un’emozione comune come la paura, la rabbia, la tristezza e la felicità ed è una funzione importante per la sopravvivenza. Nel caso dei disturbi d’ansia quanto descritto ricorre cronicamente, in modo estremo e, spesso, non-adattivo ed ha un forte impatto sulla vita di una persona. Secondo il modello cognitivo di Beck et al., (1985), il disturbo d’ansia è dovuto sia ad una percezione della realtà come estremamente pericolosa, sia ad una percezione di se stessi come incapaci di affrontare il pericolo (scarsa percezione di autoefficacia).
Esistono diversi quadri patologici che hanno in comune questa emozione: il disturbo d’ansia generalizzata (DAG), il disturbo di panico (DP), il disturbo d’ansia sociale/fobia sociale, le fobie specifiche, disturbo d’ansia di separazione, agorafobia.
– Il disturbo d’ansia da separazione si manifesta con ansia o paura eccessiva/inappropriata nel momento in cui si sperimenta l’allontanamento da casa o dalle principali figure di attaccamento. È caratterizzata anche da eccessiva preoccupazione riguardo la perdita delle figure più importanti per l’individuo o la possibilità che accada loro qualcosa di dannoso (malattie, catastrofi, ferite, morte). Può altresì manifestarsi con rifiuto di allontanarsi da casa per andare a scuola o a lavoro, o con eccessiva paura di stare soli a casa o in altri ambienti. Spesso il disturbo si sviluppa in seguito ad un evento stressante quale: la malattia o un episodio di ospedalizzazione di un familiare, la perdita di un genitore o di un animale domestico, a seguito di un divorzio, un cambio di scuola o di residenza. È possibile che si manifesti sintomatologia fisica quando si prevede o si verifica la separazione (mal di pancia, vertigini, battito cardiaco accelerato, respiro corto e sudorazione). Per essere diagnosticato, la paura, l’ansia o l’evitamento devono essere persistenti e la durata deve essere di quattro settimane nei bambini e adolescenti, e sei mesi o più negli adulti.
– Il mutismo selettivo si caratterizza da una costante incapacità di comunicare verbalmente in situazioni sociali specifiche in cui ci si aspetta che si parli (ad es., a scuola), nonostante si sia in grado di parlare in altre situazioni. Questa condizione interferisce con i risultati scolastici o lavorativi o con la comunicazione sociale, anche se vengono utilizzati strumenti non verbali o che non richiedono il linguaggio per comunicare. Bambini con mutismo selettivo parlano in casa, in presenza di familiari stretti, ma spesso capita che non lo facciano nemmeno con amici o altri parenti, come nonni o cugini. Il disturbo è spesso associato ad un’elevata ansia sociale.
– La fobia specifica è una paura estrema, irrazionale e sproporzionata per qualcosa che non rappresenta una reale minaccia e con cui gli altri si confrontano senza particolari tormenti psicologici. Chi ne soffre, infatti, è sopraffatto dal terrore all’idea di venire a contatto con alcuni oggetti o di trovarsi in determinate situazioni. Le persone che soffrono di fobie si rendono conto dell’irrazionalità della propria paura, ma non possono controllarla. L’ansia da fobia si esprime con sintomi fisiologici come tachicardia, vertigini, extrasistoli disturbi gastrici e urinari. Si parla di fobie specifiche quando, in una persona complessivamente equilibrata dal punto di vista psicologico, una situazione, un fenomeno, un animale o un oggetto ben precisi riescono a generare uno stato di ansia e un’istintiva reazione di fuga, assolutamente spropositati rispetto al contesto. La gravità del disturbo e il suo impatto sul benessere e la qualità di vita di chi ne soffre dipendono non soltanto dall’intensità della reazione ansiosa, ma anche dall’effettiva probabilità che la persona interessata ha di venire a contatto con l’elemento critico nella vita quotidiana. Esistono differenti fobie in base allo stimolo fobico che può essere: animale (per es., ragni, insetti, cani), ambiente naturale (per es., altezze, temporali, acqua), Sangue – iniezioni – ferite (per es., aghi, procedure mediche invasive).
– Con il termine aerofobia è definita la in aereo (fear of flying) a causa di uno stato d’ansia marcato legato alla situazione specifica. Bisogna fare una distinzione tra la comune ansia legata al volo e lo sconfinamento nella patologia. Il primo caso, infatti, può essere considerato come una risposta dell’organismo in vista di un compito adattivo impegnativo, che può essere dato dalla novità o dalla stessa pericolosità, ma questo genere di ansia non produce alcun evitamento, di conseguenza non vi saranno limitazioni nella vita del soggetto che riuscirà a far fronte a questa difficoltà ed a rispettare i propri impegni in maniera abbastanza disinvolta. Si definisce fobia quando il livello di timore è tale da provocare intense reazioni di ansia al momento di prendere l’aereo, o al solo pensiero di organizzare il viaggio ed è necessariamente accompagnata dall’evitamento di ogni situazione connessa al volo. Tutto ciò comporta un restringimento dell’autonomia di che ne soffre, anche se inizialmente lo nega, ma col tempo vede accrescersi il disagio sia per la limitazione che si produce sia per il confronto con gli altri che vede maggiormente disinvolti o più pronti a cogliere maggiori. Il paradigma del controllo è uno degli schemi chiave del disturbo fobico, che si delinea in minori sfumature in chi preferisce viaggiare di notte o in mezzo alle nuvole, piuttosto che di giorno con il cielo sereno, per alcuni la crociera è più tranquillizzante, mentre altri preferiscono la terra sotto di sé, vissuta come un contatto più rassicurante. In maniera più esasperata rispetto agli altri mezzi di trasporto, quando si viaggia in aereo esiste la convinzione che non vi è controllo sulla propria vita e sulla propria morte, né in condizioni normali, né di pericolo.
– Il disturbo di ansia sociale (fobia sociale) consiste in un particolare stato ansioso nel quale il contatto con gli altri è segnato dalla paura di essere malgiudicati e dalla paura di comportarsi in maniera imbarazzante ed umiliante. Le persone affette da questa fobia evitano le interazioni sociali (per es., avere una conversazione, incontrare persone sconosciute), evitano le situazioni in cui possono essere osservati (per es., quando si manga o si beve), o in cui possono eseguire una prestazione di fronte ad altri (per es., fare un discorso). Queste persone se costrette ad affrontarle, provano eccessivo disagio. A differenza della semplice timidezza, nella fobia sociale l’ansia tende ad essere anticipatoria manifestandosi anche molto tempo prima delle situazioni temute. A causa di questo, i pazienti tendono ad isolarsi socialmente e giungono così ad adottare un comportamento di evitamento, tipico delle sindromi fobiche. La fobia sociale interferisce con le relazioni interpersonali, con gli studi scolastici e con il lavoro: chi ne soffre spesso ha scarse amicizie e inoltre sceglie, per quanto possibile, attività lavorative che non prevedono una grande interazione con altre persone (che talvolta può essere tuttavia accettata da alcuni fobici se si tratta di pochi individui o quando si è in posizione di superiorità professionale). Il disturbo d’ansia sociale può anche essere legato solo alla performance, quando la paura è limitata al parlare oppure all’esibirsi in pubblico.
– Il disturbo di panico (DP) è caratterizzato da un breve episodio di ansia acuta, intollerabile, ad insorgenza improvvisa, senza motivo apparente. In aggiunta all’episodio ansioso che è contraddistinto da sentimenti di apprensione, di terrore o di catastrofe imminente, si manifestano nel DP tutta una serie di disturbi sia di natura neurovegetativa che di natura psichica. I sintomi neurovegetativi sono rappresentati da: palpitazioni, dolori al torace, sensazioni di soffocamento, sensazione di instabilità o di sbandamento con vertigini, tremori, sudorazione. Tra i sintomi di natura psichica troviamo: derealizzazione e/o depersonalizzazione, paura di morire, di diventare pazzo e paura di perdere il controllo di se stesso. Ogni singolo attacco può durare minuti o più raramente ore. Cessato l’attacco, il paziente può superare lo stato ansioso, ma più comunemente rimane pervaso da uno stato di ansia che in alcuni soggetti può essere presente durante l’intero intervallo tra un attacco e l’altro. L’attacco di panico può essere inaspettato, cioè quello in cui non vi sono evidenti elementi scatenanti (per es., mentre di è rilassati o mentre ci si sveglia); oppure atteso o situazionale in cui vi è un evidente elemento scatenante al momento del verificarsi dell’attacco. Nella maggior parte dei casi, almeno nelle fasi iniziali, gli attacchi sembrano insorgere in maniera spontanea e solo successivamente sono associati dal paziente a peculiari situazioni o eventi. Gli stessi soggetti apprendono di conseguenza ad evitare tali situazioni per il timore di essere sopraffatti dall’ansia.
– L’agorafobia, spesso definita come la fobia degli spazi aperti si manifesta con ansia e paura marcate relative a diverse situazioni quali: utilizzo dei trasporti pubblici, trovarsi in spazi aperti (per es., ponti, parcheggi, mercati) e/o chiusi (per es., negozi, teatri o cinema), stare tra la folla o in fila, essere fuori casa da soli. L’individuo teme di trovarsi in situazioni da cui è difficile fuggire o che potrebbe non essere disponibile un eventuale soccorso. Le situazioni agorafobiche vengono così attivamente evitate oppure vengono sopportate con ansia intensa, oppure richiedono la presenza di un accompagnatore. Tale condizione causa disagio significativo e compromette il funzionamento globale dell’individuo. L’agorafobia è quindi caratterizzata da ansia prolungata e sproporzionata rispetto agli eventi/situazioni e al contesto socioculturale, con una durata di sei mesi o più.
– Il disturbo d’ansia generalizzato (DAG) è così definito poiché l’ansia non è circoscritta solo a specifiche situazioni, ma si presenta correlata a vari eventi o circostanze quotidiane. Le preoccupazioni associate al DAG sono eccessive e interferiscono in modo significativo con il funzionamento psicosociale dell’individuo, sono più pervasive, più pronunciate, più angoscianti e di maggiore durata rispetto a quelle degli altri disturbi d’ansia. Il disturbo è caratterizzato da uno stato continuo e persistente di preoccupazione, che risulta eccessivo in intensità, durata o frequenza rispetto alle reali circostanze.
Perché venga diagnosticato, l’ansia esperita dal soggetto deve perdurare per almeno sei mesi, accompagnata da almeno tre dei seguenti sintomi: irrequietezza, astenia, difficoltà di concentrazione/vuoti di memoria, irritabilità, tensione muscolare, sonno disturbato. La tensione muscolare può, talvolta, tradursi in tremore, dolori o contratture muscolari. Molte persone che soffrono di questo disturbo presentano, inoltre, sintomi somatici come secchezza delle fauci, sudorazione, brividi, nausea, diarrea, difficoltà a deglutire. I bambini con Disturbo d’Ansia Generalizzato tendono a preoccuparsi troppo delle proprie prestazioni e, nel corso del disturbo, il nucleo della preoccupazione può spostarsi da un oggetto ad un altro.
Gli interventi terapeutici dei disturbi d’ansia possono essere farmacologici e psicoterapeutici, con tecniche cognitivo-comportamentali che lavorano sulla modifica dei comportamenti della persona ansiosa e le cognizioni che sono alla base del disturbo. La terapia cognitivo – comportamentale si dimostra più efficace dei farmaci perché non lavora solo sugli aspetti sintomatici, ma anche sui pensieri e credenze disfunzionali; inoltre previene maggiormente le ricadute. La REBT è particolarmente indicata nei disturbi d’ansia generalizzata, nelle fobie e nel disturbo di panico.
Disturbi depressivi
I disturbi depressivi presentano come caratteristiche comuni umore triste, vuoto ed irritabile, modificazioni somatiche e cognitive che incidono in modo significativo sul funzionamento lavorativo, sociale e relazionale della persona. Le differenze tra di essi riguardano la durata, la distribuzione temporale o la presunta causa.
Tali disturbi comprendono:
– disturbo da disregolazione dell’umore dirompente (che si riferisce al quadro clinico di bambini con irritabilità persistente ed episodi di discontrollo comportamentale);
– disturbo depressivo maggiore (con episodi depressivi di almeno due settimane che comportano nette modificazioni cognitive, affettive, neurovegetative);
– disturbo depressivo persistente – distimia (forma di depressione più cronica, di almeno due anni negli adulti e un anno nei bambini);
– disturbo disforico premestruale (forma depressiva specifica che inizia talvolta dopo l’ovulazione e termina entro pochi giorni dal ciclo mestruale, ma che ha un effetto marcato sul funzionamento della persona).
La depressione costituisce uno dei disturbi mentali maggiormente diffusi nella popolazione generale ed è presente in tutte le età, compresi adolescenti e bambini in età scolare.
Secondo il modello cognitivo della depressione di Beck et al. (1979), la persona depressa presenta una visione negativa di se stessa, delle sue esperienze attuali e del suo futuro (triade cognitiva della depressione). Sono quindi presenti schemi negativi di pensiero su se stessi, relativamente al valore personale (non valgo niente, sono inadeguato), sul mondo (il mondo è ingiusto; la vita ce l’ha con me), sul futuro in termini di sfiducia e pensiero catastrofico (mai nulla cambierà, andrà sempre tutto male). La persona depressa, ad esempio, può non fare determinate cose per timore di non riuscirci; tende ad assumersi la responsabilità degli eventi negativi che si verificano nella sua vita, ma non di quelli positivi; pensa che la sua vita sia un fallimento; percepisce un senso di perdita ed impotenza rispetto alle esperienze passate e può valutare gli eventi della sua vita come inaccettabili e irreversibili, lasciando poco spazio alla speranza di poter riacquistare la serenità.
Gli interventi terapeutici della depressione sono quelli somatici, che intervengono sui meccanismi biochimici e neurofisiologici del sistema nervoso centrale, mediante terapia farmacologica con psicofarmaci, e quelli psicologici, che modificano il vissuto soggettivo (tecniche cognitive) ed il comportamento (tecniche comportamentali) della persona depressa.
Il trattamento d’elezione per la depressione a livello psicoterapico è la Terapia Cognitivo-Comportamentale che lavora sulla modifica dei comportamenti della persona depressa e le cognizioni che sottendono il disturbo depressivo. Essa è efficace almeno quanto gli psicofarmaci, ma molto più utile nel prevenire le ricadute. La REBT risulta particolarmente indicata nei disturbi distimici e nei disturbi depressivi maggiori.
Disturbo bipolare e Disturbi Correlati
La categoria “disturbo bipolare e disturbi correlati” comprende:
– il disturbo bipolare I che è caratterizzato da almeno un episodio maniacale che può essere preceduto o seguito da episodi ipomaniacali o depressivi maggiori;
– il disturbo bipolare II in cui non è presente alcun episodio maniacale ma almeno un episodio ipomaniacale e uno depressivo maggiore;
– il disturbo ciclotimico caratterizzato da periodi ipomaniacali e depressivi che però non soddisfano pienamente i criteri per un episodio ipomaniacale o depressivo. Tali sintomi sono presenti per almeno due anni negli adulti o un anno nei bambini e negli adolescenti. Nell’arco di questi due anni (un anno nei bambini e negli adolescenti), i periodi ipomaniacali e depressivi sono presenti per almeno la metà del tempo e l’individuo non sta senza sintomi per più di due mesi.
Il disturbo bipolare, chiamato in passato “sindrome maniaco-depressiva” è un disturbo caratterizzato da gravi alterazioni del tono dell’umore. Nella vita dell’individuo si alternano, infatti, episodi di elevazione del tono dell’umore (mania o ipomania) e di calo (episodi depressivi).
Nelle fasi maniacali o ipomaniacali sono presenti: umore anormalmente e persistentemente elevato, prodigalità e spese eccessive, aumento della velocità del pensiero o fuga delle idee, diminuzione del bisogno di sonno, autostima eccessiva e grandiosità, maggiore loquacità, distraibilità, aumento delle attività sociali, lavorative e/o scolastiche, sessuali o agitazione psicomotoria. Durante le fasi depressive, invece, i sintomi sono sovrapponibili a quelli di un episodio depressivo maggiore: umore depresso, diminuzione di interesse e piacere per le attività della vita quotidiana, sentimenti di autosvalutazione e colpa, alterazioni del sonno e delle abitudini alimentari, faticabilità e mancanza di energia, difficoltà di concentrazione, pensieri di morte.
La cura dei disturbi bipolari è centrata sul trattamento farmacologico il cui scopo è curare la sintomatologia attuale e di ridurre la frequenza e la gravità degli episodi ricorrenti; esso, quindi, è fondamentale anche nelle fasi di maggior benessere. Alla farmacoterapia viene associato il trattamento psicoterapico. Entrambi sono fondamentali per favorire un miglioramento del funzionamento psicosociale della persona.
Disturbi psicotici
I disturbi dello spettro della schizofrenia e altri disturbi psicotici sono caratterizzati da anomalie psicopatologiche. Si tratta di deliri, ossia convinzioni fortemente sostenute a dispetto di evidenze contrarie, allucinazioni, percezioni in assenza di uno stimolo esterno reale, pensiero disorganizzato (deragliamento, tangenzialità, incoerenza, illogicità, circostanzialità), comportamento motorio disorganizzato e anormale (comportamento catatonico, movimenti stereotipati), e sintomi negativi (diminuzione dell’espressione delle emozioni, abulia, alogia, anedonia, asocialità). Generalmente l’età di esordio dei disturbi psicotici è l’adolescenza o durante la precoce età adulta. Per quanto riguarda le cause che generano le psicosi, si parla di vulnerabilità a sviluppare tali disturbi, generata da fattori biologici, genetici, psicologici e sociali. Tale vulnerabilità, in condizioni di stress accentuato o cronico, può permettere lo sviluppo di tali psicosi.
I principali disturbi psicotici o forme di psicosi sono: Schizofrenia, Disturbo delirante, Disturbo schizofreniforme, Disturbo schizoaffettivo, Disturbo psicotico breve.
– Schizofrenia: caratterizzata da sintomi psicotici così gravi e stabili nel tempo (sono presenti da almeno sei mesi) che il rapporto con la realtà è cronicamente compromesso di conseguenza la persona ha scarse capacità sociali, lavorative e di cura di sé.
– Disturbo delirante: caratterizzato da deliri non bizzarri (almeno da un mese).
– Disturbo schizofreniforme: presenta gli stessi sintomi della Schizofrenia ma ha una durata minore (da uno a sei mesi). Inoltre la persona può aver mantenuto le sue capacità sociali, lavorative e di cura di sé.
– Disturbo psicotico breve: i sintomi psicotici sono presenti per un breve periodo di tempo (più di un giorno e meno di un mese).
– Disturbo psicotico condiviso: E’ la situazione in cui una persona delirante ne influenza un’altra, la quale comincia a delirare allo stesso modo.
– Disturbo schizo-affettivo: sono presenti sia sintomi tipici dei Disturbi psicotici sia sintomi tipici dei – Disturbi dell’umore (depressione, mania, etc.).
Il trattamento delle psicosi punta a ristabilire un corretto funzionamento biochimico del sistema nervoso centrale. Generalmente, soprattutto nella fase acuta, è di tipo farmacologico (esistono attualmente molti nuovi farmaci antipsicotici), al quale è fondamentale associare un intervento psicoterapeutico – riabilitativo. Tali interventi hanno come obiettivo principale l’insegnamento delle abilità sociali, il lavoro con la famiglia attraverso interventi di psicoeducazione sulla psicosi e specifici interventi psicologici cognitivo-comportamentali con la persona stessa.
Disturbi di personalità
Con il termine “personalità” ci riferiamo a diversi fattori come il carattere, i comportamenti e l’assetto cognitivo del soggetto, tratti stabili che definiscono il modo in cui l’individuo interagisce e percepisce il mondo. A differenza del temperamento, che è innato, la personalità si struttura nel tempo e può modificarsi per adattarsi alle esigenze esterne. Caratteristiche proprie di una personalità sana sono l’ elasticità nei comportamenti, la tolleranza alle frustrazioni, l’accettazione dell’altro, l’empatia e la capacità d’adattamento. Si parla di disturbo della personalità quando il comportamento di un individuo devia nettamente rispetto alle aspettative della cultura dell’individuo. Tali disturbi esordiscono durante l’adolescenza o nella prima età adulta, sono pervasivi, stabili nel tempo e determinano disagio o menomazione.
I disturbi di personalità hanno in comune quattro principali caratteristiche (pensiero distorto, risposte emotive problematiche, eccessiva o ridotta regolazione degli impulsi e difficoltà interpersonali) che, combinate, possono dare origine a diversi disturbi di personalità:
– Il disturbo paranoide di personalità, caratterizzato da sfiducia e sospettosità, per cui interpretano costantemente le intenzioni degli altri come malevole.
– Il disturbo schizoide di personalità, caratterizzato da una ristretta gamma di espressività emotiva e da distacco dalle relazioni sociali.
– Il disturbo schizotipico di personalità, caratterizzato da eccentricità del comportamento, distorsioni cognitive e/o percettive, disagio acuto nelle relazioni affettive.
– Il disturbo antisociale di personalità, caratterizzato da inosservanza e violazione dei diritti degli altri
– Il disturbo borderline di personalità, caratterizzato da comportamenti impulsivi, frequenti scoppi d’ira, instabilità delle relazioni interpersonali, dell’immagine di sé e degli affetti.
– Il disturbo istrionico di personalità, caratterizzato da ricerca di attenzioni di attenzioni è eccessiva emotività.
– Il disturbo narcisistico di personalità, caratterizzato per idee di grandiosità, mancanza di empatia e costante bisogno di ammirazione.
– Il disturbo evitante di personalità, caratterizzato da sentimenti di inadeguatezza, inibizione sociale, timore delle critiche, paura di disapprovazione ed esclusione.
– Il disturbo dipendente di personalità, caratterizzato da atteggiamenti di sottomissione, eccessivo bisogno di essere accuditi.
– Il disturbo ossessivo-compulsivo di personalità, caratterizzato da una marcata esigenza di controllo ed eccessiva preoccupazione per l’ordine.
La terapia farmacologica per il trattamento di questi disturbi può essere spesso di aiuto, tuttavia non interviene sulle caratteristiche della personalità. La terapia cognitivo-comportamentale contribuisce a comprendere le fonti delle proprie sofferenze e riconoscere e cambiare i comportamenti socialmente indesiderabili o disfunzionali. Talvolta può essere utile coinvolgere i membri della famiglia al trattamento poiché con i loro atteggiamenti potrebbero involontariamente rinforzare i pensieri e i comportamenti disfunzionali del paziente.
Disturbo post-traumatico da stress (PTSD)
Il disturbo Post-traumatico da stress può insorgere in chiunque abbia vissuto un trauma mentale o fisico grave e la gravità può incrementare se il trauma era inaspettato. Questo è il motivo per cui non tutti i veterani di guerra hanno sviluppato tale patologia. Le persone che soffrono di PTSD rivivono l’evento che li ha traumatizzati attraverso: incubi, terrori notturni e flashbacks dell’evento. Non è raro che chi soffre di questo disturbo può presentare sintomi dissociativi quali: depersonalizzazione (osservatore esterno dei propri processi mentali o dal proprio corpo) e derealizzazione (esperienze di irrealtà dell’ambiente circostante), un calo di interesse o partecipazione ad attività significative, marcate alterazioni dell’arousal e della reattività, ipervigilanza, ansia generale, depressione, difficoltà relative al sonno, problemi di memoria e concentrazione, pensieri distorti relativi alla causa o alle conseguenze dell’evento traumatico (dare la colpa a sé stesso oppure agli altri).
L’obiettivo di ogni trattamento che si rivolge a questo tipo di disturbo è trasformare l’evento da trauma ad esperienza. Il trauma, essendo accompagnato da una grossa componente emozionale, non riesce ad essere ben posizionato nella memoria, per cui può tornare alla mente incessantemente, fino a quando non verrà “metabolizzato”. La terapia mira a far diminuire il carico emozionale del ricordo traumatico, in modo che questo possa essere definitivamente collocato nel passato del soggetto, come parte della sua esperienza di vita. Inoltre, è utile lavorare sulla resilienza del soggetto, ossia la sua capacità di resistere agli eventi stressanti. Le terapie comportamentali utilizzate per il trattamento del PTSD si basano sull’esposizione, prima in immaginazione e poi in vivo, e sul flooding. Un ulteriore insieme di tecniche utilizzate è lo stress inoculation training che mira a modificare il comportamento motorio e le disfunzioni cognitive del soggetto, promuovere le attività di regolazione dell’attivazione psicofisiologica e identificare le aspettative (anche quelle di inadeguatezza). Un’ulteriore tecnica utilizzata è l’EMDR (Desensibilizzazione e Rielaborazione con Movimenti Oculari) che si basa sull’assunto che è il soggetto ad avere tutte le risorse per poter rielaborare l’esperienza traumatica.
La terapia farmacologica è costituita da betabloccanti, per abbassare il livello di tensione fisiologica durante le prime ore di terapia, stabilizzatori e antidepressivi (SSRI).
Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC) e Disturbi Correlati
La categoria Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC) e disturbi correlati comprende: disturbo ossessivo-compulsivo, disturbo da dismorfismo corporeo, disturbo da accumulo, tricotillomania, disturbo da escoriazione.
– Il disturbo ossessivo-compulsivo (DOC) è costituito da ossessioni, ossia pensieri, impulsi o immagini mentali ricorrenti e persistenti che causano ansia e disagio e sono vissuti come intrusivi ed inappropriati e da compulsioni, comportamenti o azioni mentali messe in atto in risposta alle ossessioni per ridurre il disagio o prevenire l’evento temuto. Secondo Rachman e Hodgson (1980), le ossessioni sono un fenomeno “normale” e tutti gli esseri umani sperimentano pensieri intrusivi che di norma seguono la regola del decadimento spontaneo; tuttavia, le persone con un disturbo ossessivo-compulsivo considerano erroneamente questi pensieri significativi e pericolosi (ripugnanti ed inaccettabili); questi ultimi inducono un senso di incontrollabilità facendo emergere un senso di helplessness e conseguente disforia. A sua volta lo stato disforico aumenta sia la frequenza delle intrusioni mentali sia la reattività delle stesse innescando una spirale di automantenimento.
Il contenuto delle ossessioni e delle compulsioni varia da persona a persona. Le tematiche possono riguardare la pulizia, la simmetria, il danno, l’accumulo, gli aspetti religiosi, la sessualità, i pensieri proibiti ed i tabù. Possono esserci DOC di lavaggio e pulizia (con ossessioni di essere contaminati e compulsioni di lavaggio e pulizia), di controllo (con eccessiva paura di essere responsabili di catastrofi e pericoli a causa di azioni incomplete o imperfette, con compulsioni di controllo del gas, delle porte e finestre, delle portiere o i fari della macchina, etc.), di ripetizione e conteggio (in cui per timore che un pensiero si avveri, si mettono in atto azioni ripetute, quali contare le mattonelle, pensare a serie di numeri, etc.), di ordine e simmetria (in cui non si tollerano le cose poste in modo disordinato o asimmetrico e quindi tutto viene ordinato secondo una sequenza logica), di accumulo/accaparramento (in cui, l’accumulare oggetti è una conseguenza di ossessioni, come il timore di danneggiare gli altri).
Un trattamento che permette di ottenere risultati brevi ed efficaci per il DOC è la psicoterapia cognitivo-comportamentale che utilizza sia tecniche di esposizione con prevenzione della risposta, con modalità graduali, sia tecniche cognitive che si basano sull’insegnamento di modalità di risposta efficaci ai pensieri ossessivi, in particolare, si lavora sull’eccessivo senso di responsabilità, sull’eccessiva importanza e pericolosità attribuita ai pensieri e sulla sovrastima della possibilità di poterli controllare. La REBT risulta in particolare un’ efficace e breve trattamento psicoterapico per il DOC. La REBT risulta in particolare un’ efficace e breve trattamento psicoterapico per il DOC.
– Il disturbo da dismorfismo corporeo è caratterizzato dalla preoccupazione per una o più imperfezioni o difetti corporei non osservabili o che appaiono lievi agli altri. Sono presenti comportamenti ripetitivi (curare eccessivamente il proprio aspetto, cercare rassicurazioni, guardarsi sempre allo specchio, etc.) o azioni mentali (ad esempio, confrontare il proprio aspetto fisico con quello degli altri). Una forma di dismorfismo corporeo è il dismorfismo muscolare caratterizzato dalla convinzione che il proprio corpo sia troppo piccolo o insufficientemente muscoloso.
– Il disturbo da accumulo è contraddistinto dalla persistente incapacità nel separarsi o gettar via i propri averi, anche se non hanno un valore reale e ad accumulare oggetti non necessari. L’individuo percepisce il bisogno di conservarli e un disagio se deve separarsene. La difficoltà a gettare via i propri beni produce un accumulo che non ne permette l’utilizzo e che ingombra anche gli spazi vitali.
– La tricotillomania è caratterizzata dal ricorrente strapparsi capelli o peli che porta alla loro caduta, mentre il disturbo da escoriazione dal ricorrente stuzzicamento della pelle che porta a lesioni cutanee. In entrambi i casi sono presenti tentativi ripetuti di interrompere o ridurre tali azioni. I comportamenti ripetitivi non sono innescati da ossessioni o preoccupazioni, ma possono essere preceduti da ansia, noia, tensione o portare a gratificazione, sollievo o piacere quando il capello o il pelo viene strappato o quando la pelle viene stuzzicata. Alcune persone si impegnano in azioni ripetitive più attente e consapevoli (ad esempio, con tensione precedente e sollievo successivo), altre possono presentare comportamenti più automatici. Anche per i disturbi correlati il trattamento d’elezione a livello psicoterapico è la terapia cognitivo/comportamentale.
La Terapia Cognitivo-Comportamentale in questi disturbi si focalizza sulla consapevolezza e sulla modifica dei pensieri e dei comportamenti disfunzionali che provocano disagio e sulla riduzione dei comportamenti compulsivi.
Disturbi della nutrizione e dell’alimentazione
I disturbi della nutrizione e dell’alimentazione sono caratterizzati da problematiche e comportamenti inerenti l’alimentazione che compromettono significativamente la salute fisica ed il funzionamento psicosociale dell’individuo. Sono malattie in cui sono presenti comportamenti patologici finalizzati alla perdita di peso e attitudini inconsuete nei confronti del peso e delle forme corporee
I disturbi della nutrizione sono:
– Pica che riguarda l’ingestione di una o più sostanze non alimentari, come carta, sapone, capelli, per almeno un mese.
– Disturbo da ruminazione caratterizzato da rigurgito di cibo per almeno un mese; l cibo può essere sputato, ringoiato o rimasticato.
– Disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione di cibo in cui si verifica l’evitamento o la restrizione nell’assumere il cibo. Si riscontra una significativa perdita di peso, un impatto sulla nutrizione e sulla salute dell’individuo, una dipendenza dalla nutrizione parenterale o dai supplementi nutrizionali orali. – L’ anoressia nervosa in cui vi è una restrizione dell’apporto di cibo che induce un peso significativamente basso relativamente all’età, al sesso, allo sviluppo ed alla salute; un’intensa paura di ingrassare, che persiste nonostante il sottopeso; anomalia nel modo di percepire il peso e la propria forma corporea ed influenza eccessiva di queste valutazioni sulla propria autostima e/o incapacità di valutare la gravità della perdita di peso. Presenta due sottotipi: con Restrizioni durante gli ultimi tre mesi; con Abbuffate/Condotte di Eliminazione durante gli ultimi tre mesi.
– La bulimia nervosa caratterizzata da ricorrenti abbuffate (mangiare, in un periodo di tempo definito, una quantità di cibo significativamente maggiore di quella che la maggior parte delle persone mangerebbe nello stesso tempo; sensazione di perdita di controllo, ad esempio sentire di non poter smettere di mangiare o di non poter controllare cosa o quanto si sta mangiando) e ricorrenti comportamenti di compenso volti a prevenire l’aumento di peso, come vomito autoindotto, abuso di lassativi, diuretici o altri farmaci, digiuno o esercizio fisico eccessivo. Le abbuffate e l’utilizzo di mezzi di compenso avvengono in media almeno una volta a settimana per tre mesi. L’autostima è impropriamente influenzata dalla forma e dal peso del corpo.
– Disturbo da binge-eating che presenta episodi ricorrenti di abbuffate compulsive. Gli episodi di abbuffate possono essere associati al mangiare molto più rapidamente del normale, mangiare fino ad avere una sensazione dolorosa di sentirsi troppo pieni, mangiare grandi quantità di cibo pur non avendo fame, mangiare in solitudine a causa dell’imbarazzo per le quantità di cibo ingerite, provare disgusto di sé, depressione o intensa colpa dopo aver mangiato troppo. Tali abbuffate avvengono almeno una volta la settimana per almeno sei mesi. Non vengono usati comportamenti compensatori inappropriati.
– La Reverse Anorexia, invece, è un disturbo alimentare prevalentemente maschile, in cui vi è un’autopercezione di gracilità ed eccessiva preoccupazione per la propria massa muscolare che si cerca di aumentare, anche con un comportamento alimentare alterato, con l’esercizio fisico compulsivo, con l’abuso di integratori, anabolizzanti e diete iperproteiche.
Il trattamento dei disturbi alimentari in molti casi, soprattutto in quelli di maggiore gravità, è di tipo multidisciplinare e prevede la collaborazione di psichiatri, psicologi, psicoterapeuti, dietisti/nutrizionisti, medici specialisti, riabilitatori. Il trattamento dei disturbi alimentari comprende la psicoeducazione, anche di tipo nutrizionale, la psicoterapia, il sostegno psicologico ai familiari, in alcuni casi anche la farmacoterapia. L’intervento psicoterapeutico ad orientamento cognitivo-comportamentale lavora, in base alla tipologia di disturbo, sulle modifiche delle distorsioni cognitive e dei comportamenti disfunzionali relativi al peso, all’aspetto fisico, ai cibi consentiti, alle modalità di alimentazione e ai mezzi compensatori.
Disfunzioni sessuali
Le disfunzioni sessuali comprendono eiaculazione ritardata, disturbo erettile, disturbo dell’orgasmo femminile, disturbo del desiderio sessuale e dell’eccitazione sessuale, femminile, disturbo del dolore genito-pelvico e della penetrazione, disturbo del desiderio sessuale ipoattivo maschile, eiaculazione precoce, disfunzione sessuale indotta da sostanze/farmaci, disfunzione sessuale con altra specificazione e disfunzione sessuale senza specificazione. Le disfunzioni sessuali, pur nelle loro diverse caratteristiche cliniche, sono un gruppo eterogeneo di disturbi tipicamente caratterizzati da un’anomalia, clinicamente significativa, nella capacità di una persona di avere relazioni sessuali o di provare piacere sessuale. La risposta sessuale è fondamentalmente biologica, ma è generalmente vissuta in un contesto intrapersonale, interpersonale e culturale, pertanto, la funzione sessuale implica una complessa interazione tra fattori biologici, socioculturali e psicologici. Le principali disfunzioni sessuali vengono distinte in base al disagio legato al desiderio, all’eccitamento o all’orgasmo. Queste problematiche possono ostacolare una serena sessualità, alimentando vissuti di ansia e di inadeguatezza.
Le disfunzioni sessuali legate al desiderio o all’eccitamento sono riconducibili a fattori di diversa natura. La mancanza di desiderio sessuale, o, nel caso dell’uomo, la difficoltà ad ottenere o mantenere un’erezione, sono sintomi legati al contesto di origine e di sviluppo del soggetto.
Le disfunzioni sessuali associate all’orgasmo, sia nell’uomo che nella donna, possono rimandare ad una difficoltà a “lasciarsi andare”, ad accettare cioè quel momento temporaneo di perdita del controllo di sé e di fusione con l’altro che l’orgasmo inevitabilmente comporta. Chi, ad esempio, sente il bisogno di mantenere un controllo sui propri vissuti emotivi e teme l’esperienza del “lasciarsi andare” può vivere con difficoltà il rapporto sessuale e, al tempo stesso, la consapevolezza di ciò può essere fonte di molta sofferenza.
Per quanto concerne il trattamento viene impiegata la terapia cognitivo comportamentale, terapia breve e strategica, che si pone come obiettivo la modifica di comportamenti, emozioni e credenze sulla sessualità. L’intervento può essere sia individuale, sia di coppia e propone una serie di prescrizioni di comportamenti sessuali, che hanno lo scopo di intervenire in quattro aree:
– la conoscenza di sé;
– la conoscenza di sé con l’altro;
– la conoscenza del proprio piacere e del proprio vissuto;
– la conoscenza dell’intimità di coppia.
– Il disturbo parafilico indica qualsiasi intenso e persistente interesse sessuale diverso dall’interesse sessuale per la stimolazione genitale o i preliminari sessuali con partner umani fenotipicamente normali, fisicamente maturi e consenzienti. Un disturbo parafilico è una parafilia che, nel momento presente, causa disagio o compromissione nell’individuo o una parafilia la cui soddisfazione ha arrecato, o rischiato di arrecare, danno a se stessi o agli altri. Una parafilia è una condizione necessaria ma non sufficiente per avere un disturbo parafilico, una parfilia, di per sé, non giustifica o richiede necessariamente l’intervento clinico.
I disturbi parafilici comprendono il disturbo voyeuristico (spiare altri nella loro intimità), il disturbo esibizionistico (esibire i genitali ad un estraneo in un momento inaspettato), il disturbo frotteuristico (toccare o strofinarsi contro un individuo non consenziente), il disturbo da masochismo e sadismo sessuale (azioni che implicano l’umiliazione, la sofferenza fisica o psicologica che procurano eccitazione a chi le mette in atto (sadismo) o all’attore che le riceve (masochismo), il disturbo pedofilico (impulsi sessuali, fantasie o comportamenti sessuali riguardanti bambini in età prepuberale), il disturbo feticistico (usare oggetti inanimati o focalizzarsi in modo altamente selettivo su parti del corpo non genitali) e il disturbo da travestitismo (eccitarsi sessualmente attraverso il cross-dessing).
I disturbi parafilici si dividono in due gruppi:
– il primo gruppo di disturbi si basa sulla predilizione per attività inconsuete. Questi disturbi sono suddivisi in disturbi del corteggiamento, che assomigliano, in modo distorto, a componenti del comportamento umano di corteggiamento (disturbo voyeuristico, disturbo esibizionistico e disturbo frotteuristico) e disturbi algolagnici, che implicano dolore e sofferenza (disturbo da masochismo sessuale e disturbo da sadismo sessuale);
– il secondo gruppo di disturbi riguarda la predilizione per l’atipicità dell’oggetto sessuale. Comprende un disturbo in cui l’attenzione è rivolta verso altri esseri umani (disturbo pedofilico) e due disturbi in cui l’attenzione è rivolta altrove (disturbo feticistico e disturbo da travestitismo).
– Non è raro che un individuo manifesti due o più parafilie. In alcuni casi, gli interessi parafilici sono strettamente correlati e la connessione tra le parafilie è facilmente comprensibile (per esempio, il feticismo per i piedi e quello per le scarpe). In altri casi, la connessione tra le parafilie non è evidente, e la presenza di parafilie multiple può essere una coincidenza oppure può essere collegata ad una generica predisposizione alle anomalie dello sviluppo psicosessuale.
Il trattamento delle parafilie presenta numerose difficoltà derivanti principalmente dai seguenti fattori:la complessità che caratterizza questi disturbi;la molteplicità di cause alla base delle parafilie; l’inadeguata o assente motivazione e collaborazione da parte del paziente.
– Per rispondere efficacemente alla complessità del problema, in genere il trattamento è multi-modale e comprende numerosi interventi specifici tra cui:
– terapia cognitivo comportamentale: per modificare i comportamenti e i pensieri sessuali disfunzionali che si attivano di fronte a una specifica situazione;
– strategie per la gestione delle emozioni e degli impulsi utili ad affrontare efficacemente l’attivazione emozionale (training di gestione dell’ansia, della rabbia e del comportamento aggressivo);
– strategie volte all’acquisizione di competenze sociali e di autocontrollo per superare le difficoltà che si riscontrano in questi casi nell’instaurare e mantenere una sana relazione con altri adulti (training di abilità sociali e di autocontrollo).
Disturbi Dissociativi
I disturbi dissociativi sono caratterizzati dalla sconnessione e/o discontinuità della normale integrazione di coscienza, identità, percezione, memoria, emotività e si riscontrano frequentemente nel periodo successivo ad un trauma. I sintomi dissociativi sono vissuti dalla persona come intrusioni non volute nella coscienza e nel comportamento, con una perdita di continuità dell’esperienza soggettiva e/o incapacità di accedere ad informazioni o di controllare le funzioni mentali solitamente gestibili. I disturbi dissocitivi comprendono: l’amnesia dissociativa (incapacità di ricordare informazioni autobiografiche non riconducibile a normale dimenticanza), il disturbo di depersonalizzazione/derealizzazione (caratterizzato dal distacco dalla propria mente e dal proprio corpo – depersonalizzazione – e da esperienze di irrealtà e distacco dall’ambiente circostante – derealizzazione –) e il disturbo dissociativo dell’identità (contraddistinto da una frammentazione dell’identità con due o più stati di personalità distinti, intrusioni ricorrenti ed inspiegabili, alterazione del senso di sé, cambiamenti percettivi bizzarri, episodi ricorrenti di amnesia).
– Per i disturbi dissociativi dell’identità le terapie utilizzate sono quella farmacologica, (che agisce sui sintomi mutevoli che il paziente) e quella psicoterapica.
– La Terapia cognitivo-comportamentale che lavora sulla trasformazione degli errori cognitivi in pensieri maggiormente funzionali al benessere dell’individuo e promuove l’apprendimento di strategie di coping.
– L’intervento con l’Eye Movement Desensitization and Reprocessing (EMDR)- (………………), permette il riaffiorare di ricordi relativi all’evento traumatico mentre la persona fa dei movimenti con gli occhi che permettono l’attivazione degli emisferi cerebrali e stimolano la formazione di nuove connessioni neurali, migliorando la memoria.
– Con la Dialectical Behavior Therapy (DBT)- (Terapia dialettica comportamentale) si lavora sul potenziamento delle abilità carenti, in particolare la regolazione delle intense emozioni negative, e sulla riduzione dei comportamenti pericolosi per sé o per gli altri.
– L’Acceptance and Commitment Therapy (ACT) – (Terapia di accettazione e di impegno nell’azione) aiuta la persona ad accettare le circostanze legate al passato e le emozioni ad esse collegate, stimolando la flessibilità psicologica rispetto alla situazione che sta vivendo.
– Possono essere anche utilizzate l’Ipnosi, la quale permette di esplorare tematiche latenti nella coscienza e di attuare cambiamenti a livello di sensazioni, percezioni, pensieri e comportamento, e la Mindfulness che, attraverso una riduzione dell’arousal e della reattività ed una conoscenza più profonda degli stati e dei processi mentali, permette una maggiore consapevolezza del momento presente e della realtà ed un’interpretazione più tollerante e non giudicante delle situazioni stressanti e traumatiche.
– Un ruolo importante è giocato anche dalla Riabilitazione Psichiatrica che prevede interventi utili a conservare o accrescere competenze funzionali o facilitare l’integrazione dei traumi passati col presente. Essa, insieme alla psicoterapia, aumenta il senso di benessere della persona con disturbo dissociativo d’identità.
Dipendenze patologiche
Disturbi correlati a sostanze L’uso di varie sostanze per modificare il pensiero o il comportamento è considerato dalla nostra società normale e accettabile al di la delle differenze culturali. È comune infatti utilizzare caffè o the per il loro effetto stimolante o alcune droghe per scopi medici (alleviare il dolore, la tensione o reprimere l’appetito). Quando si verificano cambiamenti comportamentali associati all’uso di queste sostanze, allora i comportamenti diventano disadattavi e si parla di “abuso di sostanze”. L’abuso di alcol, sigarette, droghe (legali o illegali) è la causa predominante di malattie, disabilità e morte prematura nella nostra società. Gli individui in molti casi necessitano di alcol e droghe per il loro normale funzionamento quotidiano, spesso provano a smettere, ma il più delle volte falliscono, pur sapendo che il loro uso interferirà con la vita familiare, con le performance lavorative e causerà problemi fisici e psicologici. Le vittime,inoltre, sviluppano una tolleranza alle droghe o all’alcol così che è necessario aumentarne le quantità per raggiungere l’effetto desiderato e soffrono di crisi di astinenza se interrompono l’assunzione.
– L’alcolismo è un disturbo progressivo che generalmente compare tra i 20 e i 40 anni. Spesso è associato alla depressione, ma quest’ultima pare essere più una conseguenza che una causa. La cessazione o la riduzione dell’uso di alcol che è stato presente e prolungato può portare alla comparsa dei sintomi d’astinenza, quali: tremore, iperattività autonomica, insonnia, allucinazioni, agitazione psicomotoria, ansia, nausea o vomito, convulsioni, con conseguente compromissione del funzionamento in ambito sociale, lavorativo, o in altre aree importanti.
– Il disturbo da uso di sostanze si caratterizza per un cambiamento sottostante nei circuiti cerebrali che può persistere anche dopo la disintossicazione. Gli effetti comportamentali di queste sostante si manifestano nelle ripetute ricadute e in un intenso craving per la sostanza. Le principali categorie di droghe includono: marijuana, cocaina, oppiacei, allucinogeni, inalanti, sedativi-ipnotici e la nicotina. Tutte possono portare a una dipendenza psicologica per cui l’utente ha bisogno della droga per funzionare.
– Si distinguono dai disturbi da uso di sostanze, quelli indotti da farmaci, solitamente temporanei, ma qualche volta persistono come sindromi del sistema nervoso centrale. Sono caratterizzati da una manifestazione sintomatica clinicamente significativa propria di un disturbo mentale rilevante e causano disagio clinicamente significativo o compromissione del funzionamento in ambito sociale, lavorativo o in altre aree importanti.
– Disturbi non correlati a sostanze: Tra le dipendenze patologiche si classifica anche la ludopatia o gioco d’azzardo patologico (GAP). Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità coinvolge il 3% della popolazione adulta.Il termine “gioco d’azzardo” fa riferimento, non solo ai giochi tipici da casinò, ma a qualsiasi tipologia di gioco che implichi una scommessa e la cui vincita di denaro è lasciata al caso. La ludopatia può avere gravi conseguenze sulla vita sociale e professionale del soggetto che ne viene colpito. Si tratta di una “dipendenza senza sostanze”, che si concretizza nel forte desiderio di provare le emozioni e le sensazioni legate al gioco e alla scommessa. Il gioco rappresenta un’evasione, in genere vissuta in solitudine; l’eccitazione è alimentata dal senso di sfida, in cui la persona è parzialmente consapevole che può essere schiacciata definitivamente.
– Le tecniche terapeutiche comportamentali utilizzate per il trattamento del gioco d’azzardo sono: terapia di avversione, la desensibilizzazione in immaginazione, l’esposizione in vivo con prevenzione della risposta. La terapia cognitiva tenta di correggere gli errori cognitivi, riducendo la motivazione al gioco d’azzardo. L’obiettivo consiste nel far prendere coscienza al paziente che alcuni suoi pensieri ed interpretazioni sono erronee e possono nuocere alla salute.
Sindrome di Asperger
La sindrome di Asperger è un disturbo del neurosviluppo con caratteristiche molto simili al disturbo autistico, ossia difficoltà nell’interazione sociale e pattern ripetitivi e ristretti di comportamenti, interessi e attività. A differenza dell’autismo, la sindrome di Asperger non presenta ritardi clinicamente significativi dello sviluppo cognitivo o del linguaggio, ossia i soggetti non presentano ritardo mentale e utilizzano un linguaggio normale, a differenza di molte persone autistiche. Gli individui adulti con sindrome di Asperger possono richiedere una psicoterapia per varie problematiche: disagio nelle situazioni sociali, solitudine, depressione, ansia, difficoltà nel controllo della rabbia, insoddisfazione sul lavoro, eventi traumatici, cambiamenti di vita o eventi stressanti, problematiche di tipo sessuale. I familiari possono riportare: ossessioni, interessi forti e limitati, comportamenti compulsivi, ritiro, mancanza di motivazione, scarsa cura di sé, scoppi di rabbia, comportamenti bizzarri.
La Terapia cognitivo-comportamentale, partendo da un chiaro percorso di diagnosi rispetto ai problemi presentati, con la concettualizzazione del singolo caso, prevede gli interventi evidence-based più idonei. Il trattamento cognitivo-comportamentale è basato sulla psicoeducazione rispetto alla sindrome di Asperger, sullo sviluppo delle abilità sociali mediante il social skills training, sull’incremento delle abilità strumentali (inclusi anche il sorridere, il contatto visivo, le frasi educate, il salutare, l’iniziare una conversazione, le abilità telefoniche), sul miglioramento della cognizione sociale (quando usare le abilità menzionate ed identificare a quali norme sociali si riferiscono), sulla capacità di gestire il proprio tempo, di creare e gestire un piano, sulla capacità di problem-solving, sulla capacità di valutare gli eventi secondo prospettive differenti, imparando ad identificare i pensieri disfunzionali, a metterli in discussione ed a formulare pensieri maggiormente funzionali al benessere della persona.
Disturbo da sintomi somatici e disturbi correlati
L’ipocondria è un disturbo in cui è presente un’eccessiva e persistente preoccupazione per la propria salute. La persona trascorre gran parte del suo tempo a controllare attentamente e accuratamente il proprio corpo, a cercare rassicurazioni da parte di familiari, ad effettuare ripetuti controlli medici, etc. Ciò compromette il suo funzionamento globale e la qualità della sua vita.
I sintomi di questo disturbo rimandano al disturbo da sintomi somatici ed al disturbo di ansia da malattia a seconda se sono presenti o meno sintomi somatici.
Il disturbo da sintomi somatici è caratterizzato da molteplici sintomi somatici che procurano disagio e da ansia, pensieri o comportamenti eccessivi correlati a tali sintomi o comunque alla propria salute. In alcuni casi può prevalere una sensazione di dolore. Da un punto di vista cognitivo, le persone con questo disturbo hanno un’attenzione focalizzata sui propri sintomi fisici che valutano come dannosi o fastidiosi e comunque minacciosi per la propria salute in quanto li credono collegati ad una malattia organica (eventualmente con interpretazioni catastrofiche) ed un’intensa paura di essere malate, anche quando vi sono prove contrarie. Da un punto di vista comportamentale, vi può essere un ripetuto controllo del proprio corpo alla ricerca di anomalie, la ricerca di aiuto e rassicurazione e anche un elevato utilizzo di cure e visite mediche molto spesso con la convinzione che la valutazione ed il trattamento medico non siano adeguati.
Il disturbo di ansia da malattia è caratterizzato, invece, dalla preoccupazione di avere o contrarre una grave malattia non diagnosticata. Non ci sono sintomi somatici o sono solo di lieve entità; e’ presente un’ansia elevata rispetto allo stato di salute. Se vi è una condizione medica diagnosticabile, la preoccupazione dell’individuo è sproporzionata rispetto alla gravità di tale condizione. L’ansia della persona con questo disturbo non nasce solo da un sintomo o da una sensazione fisica, quanto piuttosto dal significato o dalla causa di tale sintomo. Le preoccupazioni non si riducono anche se ci sono rassicurazioni mediche o esami diagnostici negativi, anzi in molti casi addirittura aumentano. Il timore della malattia assume un ruolo centrale nella vita dell’individuo ed influenza le sue attività quotidiane, le sue relazioni ed il suo funzionamento.
La Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale è un trattamento efficace per questi disturbi poiché permette di identificare e modificare i pensieri disfunzionali rispetto alla preoccupazione per la propria salute, ed interrompere i fattori di mantenimento (ad esempio, i ripetuti controlli, o le richieste di rassicurazione).
La REBT risulta particolarmente efficace nel trattamento dell’ ipocondria.
In questi casi il Biofeedback si dimostra particolarmente indicato.
Disturbi sonno-veglia
I disturbi del sonno-veglia comprendono dieci disturbi o gruppi di disturbi: disturbo da insonnia, disturbo da ipersonnolenza, narcolessia, disturbi del sonno correlati alla respirazione, disturbi circadiani del ritmo sonno-veglia, disturbi dell’arousal del sonno non-REM, disturbo da incubi, disturbo comportamentale del sonno REM, sindrome delle gambe senza riposo e disturbo del sonno indotto da sostanze/farmaci. Lo stress e la compromissione delle attività diurne sono gli aspetti caratteristici condivisi dagli individui che presentano un disturbo del sonno-veglia. Gli individui con questi disturbi lamentano insoddisfazione circa la qualità, la collocazione temporale e la durata del sonno. I disturbi del sonno sono spesso accompagnati da depressione, ansia e modificazioni cognitive, inoltre, è stato dimostrato che alterazioni del sonno persistenti (l’insonnia così come l’eccessiva sonnolenza) sono fattori di rischio per lo sviluppo successivo di malattie mentali e per i disturbi da uso di sostanze.
– Il disturbo del sonno più diffuso è il disturbo da insonnia, essa è caratterizzata da: difficoltà ad iniziare il sonno; difficoltà a mantenere il sonno, il quale è disturbato da frequenti risvegli, risveglio precoce al mattino. Molteplici sono i fattori che determinano l’insorgenza dell’insonnia: meccanismi cognitivi, affettivi e comportamentali (Morin & Espie, 2004). La loro interazione crea una sorta di circolo vizioso in quanto le preoccupazioni legate alla difficoltà ad iniziare e mantenere il sonno e alle conseguenze di una notte insonne sulle attività del giorno successivo determinano un’attivazione del sistema nervoso che rende a sua volta difficile il sonno. Gli individui con insonnia persistente possono anche acquisire abitudini (per esempio, passare eccessivo tempo a letto, fare sonnellini) e convinzioni sul sonno inadeguate (per esempio paura di non avere sonno, apprensioni verso le compromissioni funzionali diurne) durante il decorso del disturbo. L’insonnia può essere accompagnata da una varietà di sintomi diurni, compresi astenia , facile affaticamento e alterazioni dell’umore.
– Il disturbo da ipersonnolenza è caratterizzato da eccessiva sonnolenza (per esempio il prolungato sonno notturno o il sonno diurno involontario), veglia di qualità deteriorata (cioè la propensione a dormire durante la veglia, come mostrato dalla difficoltà a risvegliarsi o dall’incapacità di rimanere svegli quando richiesto) e di inerzia del sonno (un periodo di prestazione compromessa e di ridotta vigilanza successivo al risveglio da un regolare episodio di sonno o da un sonnellino). Gli individui con questo disturbo si addormentano rapidamente e hanno una buona efficienza del sonno ma possono avere difficoltà di risveglio al mattino, apparendo a volte confusi, litigiosi o atassici. Durante il periodo di inerzia del sonno l’individuo appare sveglio ma vi è un calo dell’abilità motoria, il comportamento può essere molto inappropriato e si possono verificare deficit di memoria, disorientamento nel tempo e nello spazio e sensazione di intontimento. Questo periodo può durare da alcuni minuti a ore. Il persistente bisogno di sonno può portare a comportamenti automatici che l’individuo esegue con limitato o nessun ricordo successivo, per esempio, gli individui possono scoprire di aver guidato parecchi chilometri oltre il punto in cui pensavano di trovarsi, inconsapevoli di aver guidato “automaticamente” nei minuti precedenti.
– La narcolessia è una malattia neurologica, che causa ripetuti attacchi di sonno e una continua sensazione di sonnolenza diurna. Chi ne soffre, si addormenta più volte nell’arco dell’intera giornata, anche quando è occupato in attività coinvolgenti. Il classico attacco di sonnolenza, dovuto a una situazione noiosa o a un periodo di stress fisico, è normale e non va confuso per narcolessia. Il sospetto di narcolessia nasce quando la sonnolenza e gli attacchi di sonno si protraggono per più di tre mesi consecutivi e insorgono anche in momenti attivi e insoliti: ad esempio, durante un’attività lavorativa o mentre si sta mangiando o parlando. Nei soggetti narcolettici, la sonnolenza compare in modo inaspettato, dopo il sonnellino il paziente si sente riposato, tuttavia, quest’ultima, è una sensazione passeggera e il soggetto si riaddormenta dopo poco tempo.
– Si parla di disturbo del sonno correlato alla respirazione quando il sonno viene disturbato o interrotto da problemi di respirazione; ad esempio il russare e l’apnea notturna. Le persone che ne soffrono sono talmente stanche da avere bisogno di riposare nel pomeriggio, ma spesso si alzano spossate e con il mal di testa, altre volte rischiano di addormentarsi anche mentre sono impegnate in attività piacevoli (ad esempio a cena con gli amici).La cattiva respirazione causa scarsa ossigenazione del sangue e può portare ad altri problemi di salute (aritmie cardiache, malattie cardiovascolari, reflusso ecc.).Il disturbo del sonno correlato alla respirazione si distingue in:
-ipopnea ostruttiva del sonno, la più diffusa e meglio nota come apnea, che riduce l’emoglobina e l’ossigeno nel sangue;
-apnea centrale del sonno caratterizzata da un respiro molto leggero e superficiale;
-ipoventilazione correlata al sonno frequente nelle persone in sovrappeso, cosa che causa un calo di ossigeno nel sangue.
– Il disturbo circadiano del ritmo sonno-veglia è caratterizzato da una alterazione del ciclo normale di sonno notturno e veglia diurna e dei ritmi fisiologici dell’organismo.
Il ritmo circadiano è il nostro “orologio biologico del sonno”. Il problema si presenta quando questo orologio è “sfalsato”, ritardato di due o più ore. L’individuo, quindi, può andare a letto o svegliarsi più tardi rispetto a quando vorrebbe. ll sonno è disturbato da interruzioni continue o da insonnia, ogni giorno e per almeno un mese. L’alterazione del normale ciclo sonno-veglia può produrre modificazioni anche in altri processi vitali, come ad esempio: i ritmi cardiaci, la respirazione, la temperatura del corpo, l’appetito, e provocare alterazioni ormonali. Riduce inoltre le prestazioni fisiche e mentali, provoca sonnolenza, difficoltà di concentrazione, scarso rendimento nelle attività diurne. Il disturbo è caratterizzato da differenti tipologie:
– tipo fase di sonno ritardata si basa su una storia di ritardo dei tempi del principale periodo di sonno (di solito più di due ore) in relazione al tempo desiderato di sonno e risveglio, con conseguenti sintomi di insonnia e di sonnolenza eccessiva;
– tipo fase di sonno anticipata caratterizzato da tempi del ritmo sonno-veglia che sono in anticipo di diverse ore rispetto al momento desiderato o convenzionale;
– tipo ritmo sonno-veglia irregolare caratterizzato da periodi di sonno e di veglia frammentati nel corso delle 24 ore, il periodo di sonno più lungo tende a verificarsi tra le 2 e le 6 del mattino e di solito dura meno di 4 ore. Il tipo ritmo sonno-veglia irregolare è comunemente associato a disturbi neurodegenerativi, come il disturbo neurocognitivo maggiore e molti disturbi del neurosviluppo nei bambini;
– tipo ritmo sonno-veglia diverso dalle 24 ore è molto comune tra le persone non vedenti o ipovedenti che hanno una diminuita percezione della luce. Tra fli individui normovedenti vi è spesso una storia di fase del sonno ritardata, di ridotta esposizione alla luce e di attività sociali e fisiche strutturate. Gli individui normovedenti con il tipo ritmo sonno-veglia diverso dalle 24 ore mostrano anche un aumento della durata del sonno;
– tipo lavoro con turni caratterizzato da una storia lavorativa individuale regolarmente impostata (cioè senza turni straordinari) su orari di lavoro al di fuori della normale finestra diurna 8-18 (sopratutto di notte). Sono rilevanti sintomi persistenti di eccessiva sonnolenza durante il lavoro e di compromissione del sonno a casa.
– I disturbi dell’arousal del sonno non-REM sono caratterizzati da episodi ricorrenti di risvegli incompleti dal sonno, che di solito si verificano durante il primo terzo del principale episodio di sonno, che sono tipicamente brevi, della durata di 1-10 minuti, ma possono essere protratti fino alla durata di un’ora. Tali episodi sono caratterizzati da uno dei seguenti sintomi:
– sonnambulismo caratterizzato da ripetuti episodi di allontanamento dal letto durante il sonno e di deambulazione nei dintorni. Durante il sonnambulismo, l’individuo ha un’espressione fissa, vuota, è relativamente non reattivo agli sforzi compiuti da altri per comunicare con lui e può essere risvegliato solo con grande difficoltà. Dopo l’episodio vi può essere inizialmente un breve periodo di confusione o di difficoltà di orientamento, seguito dal pieno recupero delle funzioni cognitive e di un comportamento appropriato;
– terrori nel sonno caratterizzati da ricorrenti episodi di risvegli dal sonno con terrore improvviso che di solito iniziano con grida di panico. Vi è una paura intensa e segni di arousal del sistema nervoso autonomo, come midriasi, tachicardia, tachipnea e sudorazione durante ciascun episodio. E’ presente una relativa mancanza di risposta agli sforzi compiuti da altri per confortare l’individuo durante tali episodi.
– Il disturbo da incubi è caratterizzato da ripetuti episodi di sogni prolungati, estremamente disforici e vividi che solitamente implicano sforzi per evitare minacce alla sopravvivenza, alla sicurezza o all’integrità fisica e che si verificano generalmente durante la seconda metà del principale episodio di sonno.
Gli incubi sono tipicamente lunghe ed elaborate sequenze di immagini oniriche simili a storie che sembrano reali e che inducono ansia, paura o altre emozioni disforiche. Essi di solito terminano con il risveglio e il rapido ritorno della completa vigilanza. Tuttavia, le emozioni disforiche possono persistere nello stato di veglia e possono contribuire alla difficoltà nel riaddormentarsi e al protrarsi del disagio diurno.
Gli incubi causano più un disagio soggettivo significativo, che non una dimostrabile compromissione sociale e lavorativa.
– Il disturbo comportamentale del sonno REM è caratterizzato da ripetuti episodi di arousal durante il sonno associati a vocalizzazioni e/o comportamenti motori complessi. Questi comportamenti insorgono durante il sonno a movimenti oculari rapidi (REM) e quindi di solito si verificano più di 90 minuti dopo l’inizio del sonno, sono più frequenti durante le ultime parti del periodo di sonno e raramente si verificano durante i sonnellini diurni.
Tali comportamenti spesso riflettono risposte motorie al contenuto di sogni d’azione o violenti, in cui si è aggrediti o si cerca di fuggire da una situazione minacciosa, o possono essere definiti comportamenti che mettono in atto il sonno. Le vocalizzazioni sono spesso intense, cariche di emozioni e irriverenti. I comportamenti possono essere molto fastidiosi per l’individuo e/o per il compagno di letto e possono causare lesioni significative (per esempio cadere, saltare o volare giù dal letto, correre, dare pugni, spingere, colpire o scalciare). Al risveglio, l’individuo è immediatamente sveglio, attento e orientato ed è spesso in grado di richiamare alla mente il sogno, che è strettamente correlato al comportamento osservato.
– La sindrome delle gambe senza riposo è un disturbo neurologico caratterizzato da una voglia irrefrenabile di muovere le gambe, associata spesso ad una sensazione di fastidio, dolore e/o formicolio agli arti inferiori. Generalmente i sintomi peggiorano con il riposo e la sedentarietà e aumentano nelle ore serali rispetto a quelle diurne.
La sensazione di fastidio, sperimentata da chi ne soffre, migliora muovendo le gambe. Questo movimento, compiuto per cercare sollievo quando si va a dormire, è spesso causa di insonnia.
Le conseguenze diurne del disturbo sono: eccessiva sonnolenza, aumentato senso di stanchezza e affaticabilità, irritabilità, problemi di distrazione.
– La caratteristica essenziale del disturbo del sonno indotto da sostanze/farmaci è un’alterazione rilevante del sonno, sufficientemente grave da giustificare un’attenzione clinica indipendente e che si ritiene associata primariamente agli effetti farmacologici di una sostanza. Durante i periodi di uso, intossicazione, astinenza dalla sostanza/farmaco gli individui spesso lamentano umore disforico, comprendente depressione e ansia, irritabilità, disturbi cognitivi, incapacità a concentrarsi, astenia.Disturbi del sonno significativi e gravi possono verificarsi in associazione a intossicazione o astinenza dalle seguenti sostanze: alcol, caffeina, cannabis, oppiacei, sedativi ipnotici o ansiolitici. Alcuni farmaci che causano disturbi del sonno comprendono agonisti e antagonisti adrenergici, agonisti e antagonisti della dopamina, agonisti e antagonisti colinergici, agonisti e antagonisti serotoninergici, antistaminici e corticosteroidi.
La cura dei disturbi del sonno prevede sia l’utilizzo di farmaci (ipnotici) sia trattamenti non farmacologici, tra cui la Terapia Cognitivo Comportamentale.
Il trattamento ha l’obiettivo di: migliorare la qualità e la durata del sonno; limitare il disagio emotivo, cognitivo e sociale che caratterizza la veglia; ricostituire il controllo del proprio sonno; eliminare l’eventuale abuso e dipendenza dagli ipnotici.
Le Demenze
La demenza è un disturbo cognitivo globale, cioè che coinvolge molte o tutte le funzioni cognitive (memoria, orientamento spazio-temporale, attenzione, capacità di problem-solving, di fare calcoli, di comprendere e produrre messaggi verbali, di attuare procedure, etc.), cronico, ossia continuo nel tempo, e che rappresenta una perdita rispetto alle prestazioni precedenti alla malattia. Le prestazioni cognitive richieste dall’ambiente esterno, infatti, iniziano a presentare dei fallimenti e ciò influenza il funzionamento dell’individuo e l’espletamento delle normali attività quotidiane. Col progredire della malattia, oltre al poter essere coinvolte tutte le funzioni cognitive, possono esserci anche disturbi nella sfera comportamentale ed in quella psicopatologica con esasperazione dei tratti caratteriali o comparsa di caratteristiche opposte. La demenza, quindi, non è un’accentuazione del fisiologico processo di invecchiamento né una sua anticipazione temporale poiché nell’invecchiamento normale le funzioni cognitive, anche se rallentate, sono comunque conservate e non influenzano in maniera significativa le attività della vita quotidiana.
La demenza è una patologia in continuo aumento in tutto il mondo a causa del progressivo invecchiamento della popolazione.
Esistono varie forme di demenza: Malattia di Alzheimer, Malattia di Pick, Demenza Fronto-Temporale, Demenza Vascolare, Demenza con Corpi di Lewy, Paralisi Sopranucleare Progressiva, Corea di Huntington, Degenerazione Cortico-Basale.
La Malattia di Alzheimer rappresenta la causa più comune di demenza (50-80% dei casi).
La demenza è presente anche nella Malattia di Parkinson nel 11-28% dei casi.
Alcuni individui possono presentare anche un Disturbo Cognitivo Minimo con disfunzioni della memoria per episodi autobiografici recenti senza un impatto eccessivo sul funzionamento dell’individuo. Le persone con questo disturbo possono sviluppare dopo qualche anno la Malattia di Alzheimer, quindi risulta fondamentale la loro valutazione precoce ed i controlli ripetuti nel tempo.
La diagnosi di demenza viene posta in base alla visita neurologica, ai risultati degli esami di laboratorio (ad esempio, ormoni tiroidei, acido folico, vitamina B12), degli esami strumentali (TC, RM, SPECT o PET) e della valutazione neuropsicologica (valutazione funzionale e delle funzioni cognitive mediante test standardizzati). Il trattamento è farmacologico (dei sintomi cognitivi e dei disturbi del comportamento), riabilitativo (tecniche di riabilitazione cognitiva) e ambientale (organizzazione degli spazi, formazione di familiari e operatori, supporto psicologico ai familiari).
La Pseudo-demenza è, invece, una condizione clinica presente nei pazienti anziani in cui i sintomi presentati (riduzione delle capacità mnesiche, appiattimento affettivo, apatia, rallentamento psicomotorio) sono simili a quelli delle demenze organiche. E’ perciò fondamentale effettuare una corretta diagnosi differenziale poiché, ad esempio, un episodio depressivo maggiore può essere la manifestazione iniziale di una demenza irreversibile, oppure essere presente in una persona anziana senza che ci sia la demenza. Si valuta in questi casi se sono presenti altri segni e sintomi inquadrabili in una pseudo-demenza e ci si orienta per una valutazione differente in modo da prevedere il trattamento più adeguato.
Disturbi dell’età evolutiva
I disturbi dell’età evolutiva sono disturbi con esordio nelle prime fasi dello sviluppo che determinano una compromissione del funzionamento globale dell’individuo. Per età evolutiva si intende la fascia di età che va dall’infanzia all’adolescenza, durante le quali si verificano cambiamenti fisici, cognitivi, comportamentali, relazionali ed emotivi. E’ molto importante comprendere le difficoltà incontrate in età evolutiva poiché esse difficilmente vengono espresse verbalmente in modo chiaro, piuttosto si manifestano a livello comportamentale, emotivo o corporeo; pertanto, è fondamentale saper cogliere quegli aspetti che sono indice di disagio per intervenire prima che si strutturi un disturbo vero e proprio.
L’intervento in età evolutiva è utile sia come sostegno in caso di lutti, separazioni, cambiamenti nella vita del bambino/adolescente (ad esempio, l’inserimento scolastico o il passaggio da una scuola all’altra), confronto con i pari e con gli adulti, acquisizione di regole, sia come psicoterapia, come cura e riduzione dei sintomi, quando emergono sofferenze e disagi più significativi che incidono sul funzionamento familiare e scolastico e che confluiscono in un disturbo; e anche come parent training, per fornire uno spazio ai genitori in cui essi possano apprendere nuove modalità per gestire le diverse situazioni e potenziare le capacità relazionali e comunicative con i figli.
L’intervento psicoterapeutico viene utilizzato nei casi di: disturbi depressivi, disturbi ansiosi (ansia generalizzata, ansia di separazione, fobie, mutismo selettivo, etc.), disturbo ossessivo-compulsivo, disturbo correlato a stress e traumi, disturbo della condotta, disturbo oppositivo-provocatorio, disturbo da deficit di attenzione/iperattività (ADHD), disturbi della nutrizione e dell’alimentazione, disturbi dell’evacuazione, disturbi del sonno, etc.
Suicidio adolescenziale
Gli anni dell’adolescenza rappresentano un periodo turbolento per quasi tutti: bisogna sviluppare nuove relazioni, abituarsi ai cambiamenti del proprio corpo, prendere decisioni circa il futuro. Così, quando arrivano “sfide” particolarmente difficili (affrontare gli amici dopo un’umiliazione pubblica, non superare un esame scolastico, vivere il divorzio dei genitori) può succedere che l’adolescente possa sentirsi depresso e possa arrivare a domandarsi se possa ancora valere la pena vivere. I fattori di rischio per un adolescente possono essere correlati ad atti di bullismo e cyberbullismo oppure a discriminazioni sessuali e razziali. Tali esperienze espongono gli adolescenti a stress continui quali: la perdita della libertà di espressione, il rifiuto, la vergogna sociale, la stigmatizzazione e la violenza. Inoltre i giovani che fanno uso di sostanze stupefacenti e di alcool, con tentativi pregressi di autolesionismo, con familiarità per il suicidio, vittime di abusi sessuali e/o maltrattamenti, violenza familiare, divorzio conflittuale dei genitori, l’assistenza istituzionale o sociale hanno un rischio molto più elevato di suicidio rispetto ad altri. Cambiamenti della personalità, del comportamento, disturbi del sonno, cambiamenti delle abitudini alimentari sono alcun dei segnali di rischio suicidario. La presenza di un segnale di pericolo non indica che necessariamente avverà il suicidio, ma è necessario non ignorarlo. Anche la conoscenza dei fattori di rischio è importante per la prevenzione: precedenti tentativi di suicidio; problemi di salute mentale (depressione, ansia); uso di alcol e altre sostanze stupefacenti; sentimenti di disperazione, impotenza, senso di colpa, solitudine, inutilità, scarsa autostima; perdita di interesse per gli amici, gli hobby, o attività precedentemente svolte con piacere; comportamento aggressivo; comportamento dirompente, tra cui problemi disciplinari a scuola o a casa; comportamenti ad alto rischio (bere e guidare, scarsa capacità decisionale); recente/grave perdita (morte, divorzio, separazione, rottura di una relazione); storia familiare di suicidio; la violenza familiare (violenza domestica, abusi sui minori o negligenza); l’orientamento sessuale e la confusione di identità; accesso ai mezzi letali come le armi da fuoco, pillole, coltelli o droghe illegali; stigma associato alla ricerca di servizi di salute mentale; ostacoli all’accesso ai servizi di salute mentale (mancanza di fornitori di servizi bilingue, trasporto inaffidabile, oneri finanziari).
Il trattamento di elezione per gli adolescenti e’ la psicoterapia individuale, spesso da associare ad un trattamento farmacologico per ridurre l’angoscia e lo stato depressivo, ulteriore opzione da considerare e’un ricovero in ambiente protetto, fino al superamento del periodo di particolare rischio. E’ sempre importante il coinvolgimento ed una particolare vigilanza da parte dei genitori!